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Risoluzione in Commissione sullo sviluppo dell'industria chimica italiana

La X Commissione, premesso che:

la Commissione Attività produttive della Camera ha completato un'indagine conoscitiva sull'industria chimica in Italia, con lo scopo di approfondire le condizioni di difficoltà in cui versa la chimica italiana, e di individuare le condizioni per una ripresa del settore e le iniziative che in tale ambito possono essere assunte dal Governo e dal Parlamento;

il documento conclusivo dell'indagine contiene indirizzi utili ma insufficienti in quanto i tempi ristretti non hanno consentito alla Commissione di compiere una riflessione generale e di sviluppare una discussione adeguata all'importanza del tema trattato, con il risultato di una scarsa efficacia soprattutto nelle considerazioni finali;

il settore chimico è generalmente considerato come il fattore dal quale dipende la capacità di altri settori produttivi nazionali di competere sul mercato globale, la sua crescita è legata alla competitività del sistema Paese, un problema che, se interessa tutti i settori produttivi, ha una particolare incidenza nel comparto chimico per il quale sono basilari e non più procrastinabili politiche industriali finalizzate anche al rilancio ed allo sviluppo delle PMI;

nel corso delle audizioni, in sede di indagine conoscitiva, è stato più volte richiamato il deficit della bilancia commerciale chimica italiana, essenzialmente determinato dalla chimica di base, che ha presentato nel 2000 un deficit di 9.523 mln di euro, di cui 8.273 (l'87 per cento) nella chimica di base;

buona parte dei soggetti auditi ha concordato, in tema di strategie industriali possibili alla luce dei nuovi scenari internazionali, sul fatto che la svolta epocale è rappresentata dall'ingresso nelle prime produzioni dei paesi produttori di materie prime (petrolio e soprattutto gas), che determina un fortissimo incremento della scala degli impianti e costi molto più bassi;

in tale contesto la strategia europea sembra essere quella di ritirarsi su produzioni più a valle e più raffinate quali la chimica per l'industria, i prodotti intermedi, i prodotti specialistici e i farmaceutici;

i nuovi scenari internazionali aprono anche la strada dell'alleanza con i nuovi paesi produttori al fine di consentirgli di sviluppare a valle, in realtà come l'Italia, delle produzioni competitive di chimica più raffinata;

anche nel settore della chimica si conferma l'importanza delle piccole e medie imprese, per le quali sussistono problemi legati alla crescita dimensionale delle imprese necessaria ad affrontare la competizione internazionale, ma esistono anche peculiarità estremamente positive quali l'elevata capacità di innovazione ed una marcata propensione all'esportazione;

le piccole e medie imprese del settore chimico forniscono ai settori industriali del made in Italy ed ai distretti industriali un contributo estremamente significativo in termini di specializzazione, capacità innovativa e di adattamento alle esigenze del cliente;

la fase di trasformazione che l'industria chimica italiana sta attraversando, da più di un decennio, ha avuto come protagoniste le tre maggiori imprese chimiche italiane, il Gruppo Snia e il Gruppo Montedison e l'Enichem, che hanno proceduto ad un progressivo disimpegno nel settore;

il Gruppo Snia e il Gruppo Montedison hanno effettuato sin dagli anni '90 delle scelte strategiche aziendali dirette alla specializzazione, rispettivamente, nel biomedicale e nell'energia, mentre l'Enichem ha avviato un deciso ridimensionamento delle sue attività chimiche, con l'obiettivo del risanamento economico e finanziario, un processo il cui completamento era considerato fino a pochi mesi fa imminente;

nel 2001, l'Enichem ha registrato un risultato operativo negativo di 332 milioni di euro, a fronte di un utile di 4 milioni di euro nel 2000. A fronte di un utile operativo dell'ENI di 10 miliardi di euro, il risultato operativo della chimica ENI, compresa la Polimeri Europa, oggi interamente di proprietà dell'ENI, è risultato negativo per 425 milioni di euro;

nel corso delle audizioni sono stati forniti da parte dell'ENI, alcuni dati sulla situazione occupazionale, in particolare si è passati da 30.640 addetti nel 1993 a 12.800 addetti circa nel 2001, di cui 9.760 persone tuttora occupate presso stabilimenti ed impianti ceduti dall'ENI: la riduzione di personale avvenuta nel periodo ricordato è quindi pari a circa 8.080 unità;

i dati ricordati hanno indotto l'ENI a considerare la necessità di un intervento radicale sul portafoglio della chimica: all'inizio del 2002, sono stati concentrati nella nuova Polimeri Europa gli impianti e gli stabilimenti che si trovano a Porto Marghera, Mantova, Settimo Milanese, Ferrara, Ravenna, Brindisi, Priolo, Gela, Ragusa e Sarroch, e che producono elastomeri (gomme), polimeri (polietilene e polistirolo in particolare) e chimica di base;

da gennaio 2002 Enichem ha quindi una nuova configurazione societaria, avendo conferito a Polimeri Europa gli asset e le risorse relativi ai business olefine, aromatici, fenolo, cumene, dimetilcarbonato, stirenici ed elastomeri, nonché i servizi industriali ad essi collegati; in Polimeri Europa sono inoltre confluiti tutti gli stabilimenti esteri di Enichem, la maggior parte degli impianti italiani e i servizi industriali collegati a questi;

è questo il contesto nel quale è maturata la rottura definitiva del negoziato tra ENI e SABIC, società petrolifera del Governo Saudita interessata all'acquisto della Polimeri Europa: il fallimento della trattativa cambia significativamente lo scenario e le prospettive della chimica nel nostro Paese ed emerge in modo ancor più evidente l'assenza di una precisa strategia di politica industriale del settore;

in questo quadro generale estremamente preoccupante, il polo chimico di Marghera (che è tanta parte della chimica italiana), assume ancora di più una valenza emblematica di riferimento nazionale;

la rottura delle trattative con SABIC viene dopo il fallimento dell'accordo tra Enichem e il Gruppo lombardo Radici per la cessione del Caprolattame e dopo la crisi del Clorosoda, settore per il quale mancano ancora le autorizzazioni, da parte dei Ministeri competenti, per il previsto investimento che dovrebbe eliminare le inquinanti celle al mercurio, vicenda sulla quale l'Enichem non sembra peraltro dimostrare adeguato impegno;

dopo la rinuncia della società araba il futuro per gli impianti di Porto Marghera si fa sempre più incerto: ciò suscita la fortissima preoccupazione del Comune di Venezia, dei lavoratori e delle loro rappresentanze sindacali; rischia di saltare così anche l'Accordo sulla chimica, citato dal Governo come esempio da praticare anche in altre realtà chimiche italiane;

tale accordo prevede non solo il mantenimento delle attività produttive per un certo numero di anni, ma anche le bonifiche e la sicurezza per i lavoratori e per i cittadini di Marghera, Mestre, Venezia e dei territori vicini al polo chimico;

l'accordo di programma di Porto Marghera non ha ancora ricevuto applicazione anche a motivo del fatto che il Ministero dell'ambiente non ha rilasciato le autorizzazioni necessarie a realizzare i nuovi impianti;

dopo la rottura delle trattative l'ENI ha confermato, per bocca del suo amministratore delegato Vittorio Mincato, la propria strategia di ridurre il capitale investito nel settore petrolchimico ricercando altre ipotesi di sviluppo: si riaffaccia così il pericolo di una cessione frammentata degli impianti, senza una effettiva strategia industriale, il che determinerebbe la fine della chimica italiana;

va in particolare segnalato come non appaia assolutamente chiaro, nell'ambito dei poli chimici di Porto Marghera e di Priolo, il futuro impianti quali quelli per la produzione di Clorosoda e di Caprolattame (aventi carattere strategico per il ciclo produttivo e per le dimensioni di scala), che rimarranno in capo all'Enichem ed il cui mantenimento richiede un significativo investimento;

le mancate autorizzazioni ministeriali, stanno favorendo l'alibi di Enichem per non attuare gli investimenti necessari e procedere così nella sua politica di disimpegno dal settore;

non si conosce inoltre quale sarà la sorte dei servizi comuni alle aree industriali i quali svolgono un ruolo fondamentale nel garantire la sicurezza dei lavoratori e delle popolazioni locali e che sono destinati a divenire proprietà di più soggetti;

il rischio che si corre, non avendo definito un'effettiva politica industriale è quello di cedere parti importanti della chimica italiana, lasciando ad Enichem un settore che non permette di svolgere alcun ruolo strategico;

nelle dichiarazioni di Enichem si afferma che gli impianti competitivi saranno mantenuti in funzione, mentre altri saranno chiusi, ma, purtroppo, da tale genericità non si desume il numero né le conseguenze economiche ed occupazionali;

nel corso delle audizioni è emersa, altresì, la centralità del rapporto tra industria chimica ed ambiente, oggetto di campagne di stampa e di vicende giudiziarie che si riflettono negativamente sull'opinione pubblica con grave pregiudizio del settore;

la problematica delle compatibilità ambientali a partire dai problemi legati alle lavorazioni inquinanti per arrivare alla necessità, non più prorogabile, di prevedere massicci investimenti per la bonifica di importanti aree industriali, è centrale per una strategia concreta di sviluppo della chimica italiana: se non si procede infatti al riequilibrio della situazione ambientale la chimica non avrà futuro nel nostro Paese perché rifiutata dalle popolazioni;

nonostante l'affermarsi tra le imprese di una certa sensibilità ambientale, dimostrata dalle opere di ristrutturazione sistematica degli impianti, di innovazione dei processi produttivi, di adozione di tecnologie pulite e di prevenzione, il rischio ambientale è uno dei fattori di difficoltà nella crescita della chimica italiana;

l'Avvocatura dello Stato, in occasione del processo di Marghera, ha quantificato i fondi necessari, soltanto per quel sito, in circa 71 mila miliardi: anche se fosse sufficiente una cifra inferiore, l'Italia si trova di fronte ad una questione di grandissima rilevanza, che comporta lo stanziamento di risorse ingenti e che deve essere trattata in modo più adeguato, chiamando maggiormente in causa i soggetti che hanno prodotto l'inquinamento;

impegna il Governo:

a intervenire urgentemente, anche nei confronti di Enichem al fine di ridefinire linee e strategie per il settore in considerazione delle indicazioni emerse dall'indagine sulla chimica italiana, la quale nelle osservazioni conclusive indica tra l'altro, la necessità di non abbandonare un settore così strategico, ed eventualmente cedere le attività ad interlocutori affidabili e con adeguate garanzie affinché non abbiano a ripetersi comportamenti negativi da parte dei compratori, come quelli tenuti da Dow Chemical, la quale dopo aver rilevato gli impianti non ha rispettato gli accordi e ha chiuso la MDI di Brindisi dopo appena sei mesi, mentre per quanto riguarda lo stabilimento TDI di Porto Marghera, non ha rispettato gli impegni assunti per la realizzazione di un impianto pilota mirante alla sostituzione del fosgene;

ad intervenire su ENI affinché sia evitata un'eccessiva frammentazione proprietaria, che non consentirebbe nei siti produttivi la dimensione di scala e il raggiungimento della qualità necessaria nella gestione dei servizi comuni, determinanti per la sicurezza degli impianti, dei lavoratori e dei residenti;

a sostenere l'innovazione di processo e di prodotto anche per il mantenimento e la crescita degli attuali livelli occupazionali, per i quali sono indispensabili strategie industriali finalizzate a potenziare settori specifici della chimica, con lo scopo di procedere alla valorizzazione delle risorse umane, attraverso la formazione e la riqualificazione dei lavoratori;

a disporre interventi volti a promuovere la crescita dimensionale delle PMI chimiche attraverso il sostegno alla ricerca e all'innovazione e con l'affermazione di una più forte e qualificata presenza italiana a livello europeo, in particolare, per affermare un ruolo nazionale più incisivo per la politica di settore;

a intervenire per superare incertezze e ritardi nell'applicazione dell'Accordo di programma sulla chimica a Porto Marghera, indicato come esempio positivo a livello nazionale, il cui ritardo è dovuto anche alla responsabilità dei Ministeri competenti che non hanno ancora rilasciato le autorizzazioni necessarie alla realizzazione di nuovi impianti;

a fare chiarezza sulle prospettive per la continuità produttiva degli impianti, e segnatamente per quelli del Caprolattame e del Clorosoda a Porto Marghera, in assenza dei quali si innescherebbe una spirale negativa con gravi conseguenze produttive ed occupazionali;

a non eludere la questione ambientale e ad assumerla come questione centrale per lo sviluppo della chimica italiana, stanziando massicce e ben più adeguate risorse, non soltanto per mettere in sicurezza ma anche per bonificare i siti industriali, dando corpo ad una scelta definitiva: risanamento e reindustrializzazione;

a convocare urgentemente un tavolo nazionale in cui tutti i soggetti interessati, Governo, sindacati, istituzioni, imprenditori, possano concordare linee ed azioni mirate a realizzare un'adeguata politica per un settore così strategico per l'Italia.