Fassino: "Cosa deve ancora succedere perché si formalizzi la crisi?"
Signor Presidente del Consiglio, io, come molti colleghi, l'ho ascoltata naturalmente con grande rispetto, il rispetto che si deve al capo del Governo del nostro paese. Confesso, però, di aver ascoltato via via il suo discorso con sconcerto, che cresceva mano a mano che lei procedeva, perché non ci ha parlato di quello che è accaduto in questi mesi, in queste settimane, in questi giorni, non ci ha parlato della crisi che dall'anno scorso, da quando avete subito una grave sconfitta elettorale nelle elezioni amministrative del 2003, scuote la sua maggioranza e che, con il voto del 12 giugno di quest'anno, si è ulteriormente approfondita, perché tutto quello che è accaduto in queste settimane probabilmente non sarebbe accaduto se Forza Italia, un mese fa, non avesse perso 4 milioni di voti e non avesse subito una sconfitta elettorale che è lì, ed è incontestabile.
Vorrei solo ricordare un dato, che mi sembra significativo: sulla base delle elezioni amministrative del 2002, del 2003 e del 2004, il centrosinistra governa oggi 70 province su 100 in Italia, che mi pare sia il segno evidente di un mutamento di orientamento degli elettori. La crisi che voi state vivendo nasce lì, nasce cioè in una crisi di consenso e di credibilità vostra nel paese, tra i cittadini, nell'opinione pubblica italiana, e voi con questa crisi dovete fare i conti. Lei con questa crisi, invece, nel suo discorso, si è rifiutato di misurarsi. Allora, io le rivolgerò alcune domande, sperando che nei prossimi giorni, anche nelle prossime ore, lei abbia la bontà di rispondere, non tanto a me quanto al paese. La prima domanda è: perché Tremonti si è dimesso? Lei ci ha fatto un panegirico del ministro Tremonti, lo ha magnificato come il miglior ministro di questo Governo, ne ha lodato le virtù, la professionalità, la competenza: perché allora non siede su quegli scranni?
Tremonti non era un ministro qualsiasi, questo è vero, era il superministro dell'economia del suo Governo, era l'uomo forte di questo Governo, era l'ideologo della politica economica, della sua politica economica, quella incardinata sul binomio riduzione fiscale «dimagrimento» dello Stato sociale. Era l'uomo che le ha garantito il rapporto privilegiato con Bossi, che è stato un asse fondamentale per conquistare quei consensi che le hanno consentito nel 2001 di vincere le elezioni. E questo ministro, che era un ministro così importante per lei, se ne va in una bufera, durante la quale viene accusato di aver truccato i conti - accusa che non è mai stata smentita -, lasciandoci un buco spaventoso che, mano a mano che procede la verifica da parte di chi ha gli strumenti per guardare dentro alle cifre con precisione, risulta molto più grande di quello che nelle prime ore appariva.
Lei ci ha presentato il suo viaggio a Bruxelles come se fosse andato all'Ecofin a ricevere un premio: vorrei farle notare che lei è andato Bruxelles a spiegare perché i conti sono fuori controllo e con quale politica l'Italia intende rientrare in quel patto di stabilità che rischia di violare.
Lei sa bene - e sarà bene dirlo agli italiani - che la cifra su cui si è impegnato è soltanto una parte di quello che l'Italia dovrà fare, perché sa bene che nel 2004 i sette miliardi e mezzo di euro che lei ha detto all'Ecofin serviranno a rimettere i conti a posto non basteranno e saranno almeno dieci, cioè 20 mila miliardi di vecchie lire! E lei sa bene che per mantenere in equilibrio i conti nel 2005, dovrà fare un'operazione di altri 20 miliardi di euro, pari a 40 mila miliardi di vecchie lire!
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