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LA FINANZIARIA DELLA... TRISTEZZA!

Signor Presidente, provo imbarazzo ad intervenire in quest'aula in tale dibattito. Se non fosse per il rispetto doveroso e per il ruolo centrale nella vita democratica di questo paese dato dai nostri padri costituenti all'istituzione del Parlamento, l'unica cosa giusta da fare sarebbe quella di disertare un dibattito truccato. Non sappiamo infatti neppure di che cosa stiamo discutendo. Non sappiamo se il testo sarà quello che, in voluminosi libri, è qui disponibile oppure se sarà un testo diverso, che peraltro il Consiglio dei ministri tarda a manifestare, perché incapace probabilmente di trovare la quadra al proprio interno.


Forse, dunque, sarebbe il caso di fare una riflessione sull'approdo al quale giunge il paese dopo quattro anni e mezzo di Governo di centrodestra. Lascio da parte le promesse, vacue promesse. Lascio da parte anche la polemica, che in realtà non sarebbe neanche tanto sbagliata, sui conflitti di interesse e su quello che è stato l'obiettivo principale di questi anni di Governo: risolvere una serie di problemi, non del paese, ma di alcuni interessi molto precisi.
Mi soffermo allora sulle questioni che interessano i nostri cittadini, le imprese, le famiglie e i giovani, che rischiano di essere smarriti in questo paese. Oggi ci consegnate dei conti pubblici che sono sostanzialmente fuori controllo, e non si capisce bene da dove arriverà l'equilibrio. Sul fronte dei provvedimenti fiscali, si è favorita la rendita parassitaria: altro che riduzione fiscale per i ceti meno abbienti! Non si sono mai accumulati come in questi anni grandi patrimoni esentasse. Si è penalizzata la produzione e la costruzione di nuovi servizi avanzati, che un paese civile e degno di essere, come lo è l'Italia, la sesta potenza economica mondiale dovrebbe invece realizzare. Si è aumentato il deficit. Si è aumentata la spesa pubblica corrente. La polemica sugli enti locali francamente è risibile, visto che sappiamo molto bene che gran parte della spesa pubblica corrente si è incentrata in una centralizzazione della spesa della quale non abbiamo ben capito quali siano stati gli effetti e neppure i destinatari.
Per quanto riguarda la crescita economica del paese, siamo ultimi in Europa.

Tremonti può anche dire che le conseguenza dell'11 settembre, dello sviluppo della Cina sono state avvertite anche da altri paesi europei; eppure, il mondo non aveva mai conosciuto, come in questi anni, una crescita economica così impetuosa. Se l'Europa arranca, l'Italia è ultima; è il fanalino di coda, tanto da essere considerati dei comici quando si fanno proclami di vittoria, perché si passa da una crescita negativa ad una percentuale dello 0,1 o 0,2 per cento del prodotto interno lordo. Inoltre, da parte di almeno il 10 o il 15 per cento delle famiglie italiane si avverte la paura di varcare la soglia di povertà, di fronte alla mancanza di una politica industriale e via seguitando (potrei continuare, ma non lo faccio). In realtà, la colpa più grave di questo Governo, caro viceministro, è il fatto di avere depresso l'Italia. Voi avete depresso un paese, la cui arte di arrangiarsi è stata da sempre una caratteristica vincente che lo ha fatto diventare una potenza industriale nel giro di pochi decenni. La vostra preoccupazione maggiore, di fronte a questo dato, è quella di fare propaganda, anche con il disegno di legge finanziaria (che non so se rimarrà tale) del quale ci accingiamo a discutere!


Come rilevato molto meglio di me dall'onorevole Bianco, di fronte al disastro della politica per il Mezzogiorno, si inventa la banca del sud e si prevede una posta di bilancio risibile. Anche per quanto riguarda la questione del costo del lavoro, non è male prevedere di ridurre il costo del lavoro, soprattutto, per quelle imprese che, in questi anni, sono state lasciate sole a competere sulla scena internazionale. Tuttavia, vorrei far presente che gran parte della riduzione del costo del lavoro è stata «rimangiata» da quella norma sugli ammortamenti agli investimenti, senza pensare a quei ritardi, a quei tempi lunghissimi nella restituzione dell'IVA alle imprese esportatrici; è un modo per «spillare» sangue vivo alle imprese che lottano sul mercato internazionale (per fortuna sono tante!).


Con riferimento alla questione dei distretti, in Commissione ho riconosciuto l'importanza di discutere in ordine ai distretti industriali, anche perché (anche oggi sull'inserto economico de Il Corriere della sera se ne dà atto), i suddetti rappresentano ancora il cuore della nostra economia; ancora oggi combattono e contribuiscono a creare ricchezza nel paese, anche se settori come il tessile e l'abbigliamento, che più sono esposti alla concorrenza internazionale, stanno vivendo una situazione economica difficile. Nei distretti industriali si rinviene la capacità di reagire, di mantenere i livelli di occupazione, di coesione sociale e di civiltà nel modo di vivere, cercando nello stesso tempo di dare un contributo alla bilancia dei pagamenti del nostro paese, che certamente è molto deficitaria e non per colpa del sistema delle piccole imprese dei sistemi distrettuali!
Ma anche in questo caso, se pensiamo ai 50 milioni di euro, viene quasi da scoraggiarsi e speriamo non facciano la fine dei fondi sul made in Italy (vedo che il viceministro Vegas sta uscendo dall'aula): erano già pochi e sono stati dimezzati!


Anche per quanto riguarda la lotta alla contraffazione, dovremmo essere seri! Con la cosiddetta ex Cirielli, la lotta alla contraffazione è andata a farsi benedire, perché ridurre i tempi di prescrizione significa di fatto dare il via libera a chi effettua la contraffazione sul piano industriale, su grande scala. Sono risultati veramente scoraggianti! Sempre con riferimento ai distretti, cosa significa rideterminare, per quanto riguarda i territori italiani, le modalità di definizione dei distretti? Esiste già una legislazione nazionale in tal senso, nonché legislazioni regionali; quindi, in questo modo si crea ulteriormente confusione, allungando i tempi. Pertanto, ciò che interessa è solo la propaganda, poiché si afferma di volersi impegnare in questo settore, avendo cura dei distretti.


Ma ciò costituisce un elemento che creerà ulteriore confusione, se non una aspettativa che rischia di essere delusa; e noi, come classe politica di questo paese, non abbiamo certo bisogno di deludere nuovamente chi lavora, chi si impegna e chi, in qualche modo, contribuisce alla costruzione della ricchezza del nostro paese. Inoltre, vi è anche un po' di confusione in ordine a cosa significhi «distretti industriali». L'onorevole Crosetto - per il quale, peraltro, ho molto rispetto -, in Commissione, mi ha risposto che quanto contenuto nella finanziaria è un qualcosa di diverso dai distretti industriali tradizionali, un qualcosa che dovrebbe confrontarsi con la globalizzazione. A parte il fatto che i distretti industriali ogni giorno fanno i conti con la globalizzazione - anzi, qualcuno di essi ha anticipato la globalizzazione; infatti, il fatto di essere una piccola impresa non vuol dire non conoscere la dinamica dei mercati mondiali -, in realtà si rischia di porre in essere - pur con le migliori intenzioni, che do per scontate - strumenti di politica industriale non solo sperimentali, che potrebbero prestare il fianco a qualche manovra elettorale o poco chiara, ma anche più rigidi. Attribuire personalità giuridica ad un distretto industriale, anche se di tipo nuovo, significa non comprendere qual è stata, qual è oggi e quale sarà domani la forza dei distretti industriali che, accanto alla grande capacità imprenditoriale, alla grande creatività e alla volontà di rischiare sui mercati internazionali, è collegata ad un dialogo continuo con i governi locali, vale a dire a quel misto di coesione sociale e di competizione esterna ed interna al distretto che ne fanno uno degli esempi più importanti di formazione economica e sociale che altre economie più avanzate ci invidiano.
Da oltre due anni abbiamo presentato una proposta di legge, a prima firma del collega Nicola Rossi, nella quale sono inseriti i provvedimenti che, a nostro avviso, dovrebbero essere adottati (innovazione, internazionalizzazione, strumenti per chi vuol crescere sul piano dimensionale senza perdere il radicamento territoriale). Ciò non è nei vostri programmi, in quanto non siete in sintonia con il paese, non lo siete più!


Recentemente, un importante istituto internazionale di ricerche, che nei convegni che periodicamente si svolgono a Davos redige alcuni indici un po' particolari, ha presentato l'«indice di tristezza» sul piano internazionale. Ebbene, l'«indice di tristezza» vede al primo posto l'Italia! Il Governo di centrodestra è riuscito a deprimere il paese del sole, è riuscito a deprimere il paese che ha fatto della vitalità imprenditoriale un elemento di punta. Ritengo comunque che non ce la farete a concludere la vostra impresa, in quanto ci sono persone che, come noi, credono e hanno fiducia nell'Italia, nel suo sistema imprenditoriale, nella forza lavoro. Insieme, riusciremo dunque a dare la scossa per risalire la china (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo)!