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TESSILE: PRATO; CONSIGLIO COMUNALE STRAORDINARIO. L'INTERVENTO DELL'ON. ANDREA LULLI

Ringrazio il Presidente del Consiglio del gradito invito di avermi dato la parola. Ringrazio il Sindaco che so essere un elemento importante in questa battaglia per le sorti del nostro distretto e per fare uscire la città da una situazione difficile, la sua caparbietà, la sua conoscenza. Lo dico non per cortesia, ma perché ne sono profondamente convinto.

Io credo che noi bisogna avere consapevolezza e quello che sta avvenendo oggi ne è l'ennesima riprova di uno stato di preoccupazione, di disagio e di sofferenza che vive la nostra città, la nostra Provincia, il distretto più in generale. Una preoccupazione per la sfida mondiale che si è aperta. Noi si può, bisogna avere chiaro questo aspetto, l'ingresso nel commercio mondiale della Cina, dell'India è un fatto di portata storica, probabilmente superiore a quello che fu la scoperta dell'America nel 1492 perché avrà effetti più veloci di quel fatto storico estremamente importante e per il fatto che ci sono centinaia di milioni di persone, i poveri del mondo, che non si accontentano più di bussare alla porta del mondo ricco, ma la vogliono aprire e ci vogliono entrare.

Un disagio perché per la prima volta da diversi decenni c'è un cambiamento in atto veloce, che cambia anche la geografia delle nostre zone, che mette in discussione un modello consolidato di successo. Certo non tutto è buio, ci sono ancora forti momenti di vivacità e anche di successo e di tenuta e di resistenza, però non c'è dubbio che questo è lo scenario e sofferenza per gli strati più deboli economicamente, bisogna saperlo molto sofferenza anche per quelli più deboli culturalmente nell'affrontare questo cambiamento. Non necessariamente gli uni sono uguali agli altri.

Allora io credo che la prima questione, vista la solennità della giornata, è dare una doverosa risposta a questa situazione tentando di dare una parola di fiducia e di ricongiungerci anche a quell'autorevole appello morale, che ha fatto il Vescovo alla città "non mollate" io credo che noi abbiamo, per la parte che io rappresento certamente al livello istituzionale così come sono sicuro gli altri livelli istituzionali, dirlo forte questo e agire di conseguenza. Non è un momento ordinario, guardate, non siamo all'ennesima crisi congiunturale del nostro modello produttivo. Io, a scanso di equivoci, non sono tra i pessimisti per il futuro di questa città e di questo distretto, ma non lo sono perché confido che le genti di prato, le sue istituzioni, i suoi lavoratori, i suoi artigiani, i suoi imprenditori sappiano ritrovare e trovare ancora una volta quella forza che è del pratese orgoglioso di esserlo anche nelle difficoltà, di battersi per costruire una risposta vincente e forse per certi aspetti anche inedita rispetto a quello che siamo stati fino ad oggi. Io questo lo dico perché non vorrei essere equivocato nel mentre dico che la situazione è una situazione che ci deve ovviamente avere grande preoccupazione e quindi come tale non ordinaria, ma grande preoccupazione che ci deve mettere alla frusta per affrontare una risposta importante.

Guardate, io lo voglio dire con grande nettezza, noi dobbiamo non avere paura del cambiamento perché non rimarremo uguali a quello che siamo stati e nello stesso tempo però avendo consapevolezza dei nostri punti di forza e dei nostri punti di debolezza dobbiamo anche, senza troppi tentennamenti, difenderci. Perché io ieri ho letto un editoriale di un autorevole esponente sul Corriere della Sera, Paolo Schioppa, che in un inciso sulla crisi italiana diceva è una gran parte della crisi del tessile è che dobbiamo fronteggiare è derivata dal fatto che non ci siamo accorti per tempo che scadeva l'accordo multifibre che avevamo liberamente sottoscritto al livello mondiale.

Io vorrei qui dire che non tutti non se n'erano accorti. Questa città, che ha avuto e che ha un ruolo importante nelle comunità tessili europee, da anni aveva sollevato la questione nelle sedi europee, nelle sedi romane e nelle sedi più modeste diciamo quelle non più modeste per importanza, ma più modeste per entità e per livello di responsabilità. E' che non c'è stata una politica all'altezza e lo devo dire con grande forza perché non possiamo fare a meno della politica per rispondere. Io non voglio fare polemica per amor di patria, ma guardate cadono le braccia quando non sappiamo ancora oggi con quale politica finanziaria affronteremo il 2006. Perché non è uno scherzo questo: se l'industria manifatturiera va difesa, ovviamente spingendola ad innovarsi, bisogna essere conseguenti nelle priorità di una politica, conseguenti al livello europeo, conseguenti al livello nazionale, conseguenti al livello regionale e locale anche perché questo è un altro elemento importante dobbiamo sforzarci perché il quadro di interventi renda il più favorevole possibile il rilancio degli investimenti produttivi perché altrimenti difficilmente ne possiamo uscire e soprattutto difficilmente possiamo dare non una indicazione di uscita ai ceti più forti ed ai capitali che sicuramente non hanno di questi problemi, ma avremo difficoltà a dare una indicazione d'uscita ai ceti popolari come si diceva una volta, ai lavoratori, ai tanti artigiani, a quell'artigiano che ha investito la sua vita nel lavoro o a quella famiglia operaia che è smarrita di fronte ad un futuro che si fa sempre più incerto. E noi da questo punto di vista dobbiamo essere netti e nello stesso tempo fornire un quadro di riferimento che faciliti gli investimenti ed allo stesso tempo essere più esigenti verso, io lo voglio dire, i miei amici imprenditori al livello locale. Perché siccome non tutti i gatti sono grigi e non tutti sono schierati sulla difesa della produzione diciamo sul territorio nazionale, non che questa sia una colpa, ma è altrettanto necessario allora che questo ragionamento consenta di vedere in quali forme e in quali modi si riesce a ricostruire il lavoro e la ricchezza nelle nostre realtà, perché altrimenti ne va dell'insieme della tenuta sociale della città e del distretto. E di questo noi dobbiamo farne un oggetto no di contenzioso, ma una sfida, una sfida in positivo che unisca, che sappia sollecitare gli interessi nostri e nello stesso tempo l'orgoglio, la volontà di crederci ancora e di scommettere. Ed io sono convinto di questo. L'hanno già detto tanti, anche Fabio, l'Assessore Giovagnoli, ma il Segretario della Camera del Lavoro noi dobbiamo da questo punto di vista avere una prospettiva e la prospettiva non può che essere quella di costruire le condizioni perché da questo distretto possa nascere una realtà più avanzata che ne faccia il distretto della moda e della creatività.

E qui, permettetemi di dirlo, il rapporto importante con Firenze è una questione che dobbiamo sviscerare fino in fondo perché lo sviluppo di un distretto della moda e della creatività e della comunicazione che dir si voglia non può che essere affrontato a questo livello e noi lo dobbiamo esigere perché Prato ha dato ricchezza non solo alle genti di Prato, ma ha dato ricchezza a Firenze, ha dato ricchezza alla Toscana e noi da questo punto di vista, siccome siamo la realtà più dinamica non è che pretendiamo l'aiuto, vogliamo che si discuta e si imbocchi una via di sviluppo che faccia sì che valorizzi, metta in tensione le nostre teste migliori e solleciti le ambizioni dei nostri figli perché senza le ambizioni dei giovani non possiamo andare da nessuna parte. E allora permettetemi di dire una cosa: noi abbiamo fatto in questi anni tante battaglie in Parlamento anche tante risoluzione unitarie, io lo voglio dire qui perché pur avendo motivi di apertissima critica nei confronti della politica economica di questo Governo, devo dire che con il Vice Ministro Urso abbiamo cercato di fare quello che era possibile fare. Non so se ci siamo riusciti, certamente i risultati non sono stati tutti quelli che potevamo avere e quelli che possiamo ancora avere. Però io ho sentito qui, e non voglio ripetere, tutta la questione, la reciprocità non ce la dimentichiamo perché mentre discutiamo della Cina non ci dimentichiamo che i dazi negli Stati Uniti d'America verso i prodotti nostri non sono gli stessi dei prodotti americani che vengono qua, e questo non è accettabile perché noi parliamo della Cina che è un grandissimo problema l'ho detto avanti, ma non ci dimentichiamo della reciprocità, non ci dimentichiamo degli impedimenti burocratici alle imprese quando vanno in certi mercati e che aggirano gli accordi del commercio mondiale e nello stesso tempo quando parliamo di tracciabilità e di "made in" io lo voglio dire l'Europa deve dare una risposta perché, come ho sempre detto, se ci fosse una ipotetica bilancia dei pagamenti europei i prodotti italiani danno ricchezza all'Europa.

Il rapporto tra import ed export anche in questa fase di crisi dei prodotti italiani, di tutto il sistema manifatturiero italiano dei beni di consumo alla persona non solo di quelli tessili dà ricchezza. Ed allora non capisco perché non si debba riconoscere una particolarità al made in Italy, perché non è un fatto solo italiano è un fatto europeo se la vogliamo costruire questa Europa. Ma nello stesso tempo dico se non ce la facciamo in Europa, la faccia il Parlamento italiano. Io l'ho detto nell'Aula della Camera e la legge approvata, seppure discutibile in alcuni punti, però ho avuto l'unanimità della Camera dei Deputati, se non la fa l'Europa il Parlamento Italiano dia un segnale non perché siamo antieuropei perché sarebbe sciocco, verremmo spazzati via, non possiamo competere senza l'Europa, però nell'Europa ci siamo anche noi e l'Europa deve avere tutti i punti di vista non può valere il punto di vista solo della grande distribuzione o dei grandi commercianti o dei grandissimi griffe perché non c'è solo un problema della grande distribuzione, anche delle grandissime griffe. Allora, da questo punto di vista va spinto. Questa legge ora è al Senato si può cambiare, ma sarebbe un segnale importante proprio in virtù della discussione che c'è a Bruxelles o nel Parlamento Europeo ed in sede di Commissione Europea e del Consiglio Europeo e nello stesso tempo fare un ragionamento importante che ci consenta di guardare ad una politica commerciale che è illusorio poter fermare perché l'accordo di Mandelson, al di là degli aggiustamenti su cui si può anche essere un po' critici, però tanto il 1° gennaio 2008 non c'è più. Allora qui però c'è un altro punto: siccome io penso che il libero mercato con le regole possa essere un elemento di prospettiva futura per tutto il mondo e quindi anche per noi per creare nuovi mercati nei quali i nostri prodotti vadano avanti e quindi fare un circolo virtuoso, qui bisogna anche però allora affrontare politiche che in qualche modo costringano ad una competizione verso la qualità e non parlo della qualità del prodotto, parlo della qualità della vita e della qualità del lavoro. Quando noi abbiamo sollevato recentemente, presentando un'ennesima proposta di legge sulla questione diciamo della salute dei prodotti tessili e dell'abbigliamento, è questo quello che vogliamo fare.

Guardate, non è pensabile che prodotti che vengono realizzati altrove, vengano realizzati in modo nocivo per il consumatore, mentre da noi giustamente per i livelli che abbiamo raggiunto abbiamo barriere in questa direzione. E qui l'Europa si deve far sentire, prima di tutto è un problema dell'Italia farsi sentire, indicare quali sono le priorità. E dico una penultima cosa e poi chiudo su un punto perché quando l'Europa recentemente ha fatto il Regolamento per l'accesso nei mercati europei dei prodotti a consumo di energia esclusi gli autoveicoli ed i motoveicoli, ha fatto un disciplinare in cui non entrerà più nulla prodotto da fuori Europa perché hanno inserito clausole e normative diciamo di composizione dei vari manufatti non finali, ma anche semi-lavorati. Allora io dico non voglio fare le barriere nascoste, dico però che sono battaglie che vanno fatte perché è giusto avere un mercato più aperto, è giusto far diventare meno povero chi povero è perché altrimenti il mondo scoppia per altri problemi dall'immigrazione a cose molto più gravi dell'immigrazione, però nello stesso tempo non possiamo in questa competizione pensare di svolgerla al ribasso perché al ribasso non c'è futuro per nessuno di noi.

Ed allora io dico e lo voglio dire qui con una domanda: le proposte le abbiamo, piattaforme le abbiamo, abbiamo finito e avete finito anche le istituzioni o le categorie diciamo il tempo per andare a Bruxelles a parlare, probabilmente non siamo mai stati conosciuti come in questo periodo dalla Comunità Europea, bisogna continuare non bisogna certamente farsi da parte né scoraggiarsi perché lo dobbiamo alla nostra gente, però io mi domando in un'aula che da secoli è diciamo il fulcro della vita democratica di questa città ed ha tradizioni antichissime, mi domando visto che non facciamo la battaglia di retroguardia, visto che non chiediamo dazi che sarebbero sciocchi, visto che non pensiamo a protezionismi sciagurati e visto che quindi diciamo cose sensate, mi domando se forse non è il caso anche di fare qualche azione più forte. Perché non è accettabile che si risponda solo a chi fa le azioni forti e a chi fa le azioni ragionevoli si presti magari ascolto e perdere un po' di tempo, ma poi alla fine. E allora io questo lo dico non per non invitare, lo dico perché la determinazione deve essere forte perché ne va della nostra gente, ne va di un distretto, ne va di una città che ha dato tanto al nostro paese e da questo punto di vista credo che non dobbiamo avere remore ed andare in certe direzioni.