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COMPETITIVITA': DISCUSSIONE GENERALE, LULLI INTERVIENE IN AULA

Roma, Camera dei Deputati, 09/05/2005
Discussione generale sul provvedimento del Governo per quanto concerne la competitività

ANDREA LULLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, questo è un provvedimento confuso, privo di una bussola e di un messaggio per il paese per le sue imprese, per i lavoratori, oltre che discrezionale, perché privilegia un uso delle decisioni non incardinato su precise regole e precisi disegni, dal momento che rimanda alla discrezionalità degli interventi decisi a livello centrale, e questo alla faccia di tutte le apologie del federalismo e della partecipazione alle scelte, da parte delle regioni e dei livelli territoriali decentrati. È, inoltre, un provvedimento privo di risorse adeguate per fronteggiare una situazione difficile.
È una situazione che ha spinto il nostro paese in uno stato di crisi economica che ha bisogno di risposte di qualità, all'altezza della problematica in questione; la nostra classe dirigente crede in questo paese, nelle sue imprese e nel suo mondo del lavoro e, pertanto, intende offrire una prospettiva, un orizzonte positivo alle giovani generazioni.
Abbiamo perso una nuova occasione e mancato di rispetto a questo ramo del Parlamento, poiché, ancora una volta, non siamo in grado di svolgere il nostro lavoro come rappresentanti eletti dal popolo.
Chiedo ai componenti della maggioranza di evitare di mettere in evidenza questo fatto, perché poi, nella sostanza, si continua come se niente fosse accaduto. Il paese non ha bisogno di parole, ma di fatti coerenti e concreti!
Il deputato Antonio Leone, riferendosi all'intervento di Benvenuto, ha ricordato i tempi passati. È importante ricordare che quattro anni fa qualcuno parlava di un nuovo slancio per il nostro paese, di miracolo economico che fosse un turbo per l'economia, di una svolta importante, di una crescita che non si sarebbe più arrestata: una sorta di bengodi in campagna elettorale e poi, con riferimento ai propri alleati, nelle istituzioni del paese, si suona la musica e la gran cassa!
I risultati sono sotto gli occhi di tutti: l'Italia è il paese che cresce meno in Europa. Risparmiateci la discussione sul fatto che l'Europa ha difficoltà rispetto agli altri continenti del nostro pianeta, perché l'Italia cresce molto meno di tutti gli altri paesi europei.
Si registra una crisi del settore manifatturiero, suo punto di forza storico, che potrebbe portarla sull'orlo di una crisi sociale piuttosto forte, ed un crollo dell'export. I conti pubblici sono fuori controllo (forse si comincia ad ammettere qualcosa e, recentemente, la Corte dei conti ci fa intravedere situazioni ben più negative). Per quanto riguarda la spesa pubblica, vorrei che il viceministro Vegas ci dicesse dov'è finita la spesa pubblica, considerato che ormai siamo al 40 per cento del prodotto interno lordo (nel 2001 ci arrestavamo al 37,4 per cento). Inoltre, poiché non si è visto nulla né sul piano della modernizzazione del paese né sul piano della competizione delle imprese, che spesso sono state lasciate sole nella globalizzazione dell'economia e, a fronte di nuovi mercati e di nuovi competitori formidabili, vorrei capire che fine hanno fatto le risorse! Vorrei, soprattutto, che lo sapesse il paese, che lo sapessero gli artigiani, i lavoratori, i giovani e le imprese!
I salari dei lavoratori sono una vera propria vergogna nazionale: a tali lavoratori è stato dato uno schiaffo con la riduzione delle tasse a vantaggio dei ceti ricchi di questo paese, che è stato confermato, quando si è detto loro che non sanno fare la spesa. Evidentemente non si conosce il paese. Basterebbe vedere come le donne fanno la spesa, confrontando da tanto tempo i prezzi fino all'ultimo centesimo (non lo facevano qualche anno fa)!
Probabilmente, si è persa la cognizione del paese reale, forse, avvolti nella leggenda della realtà virtuale che si cerca, in qualche modo, di imporre alle italiane e agli italiani.
La cosa più grave, rispetto a questi dati, è che avete tolto la fiducia all'Italia.
Voi deprimete il paese - e questo è l'aspetto più grave -, raccontando fanfaluche sulla necessità di porre dazi, invece di incoraggiare l'internazionalizzazione delle nostre imprese e attivare politiche di rapporti commerciali soprattutto con il sud-est asiatico, per sfruttare quelle opportunità che ci consentirebbero di difenderci dalla competizione! Inoltre, cercate di suscitare un sentimento antieuropeo incolpando l'euro o, magari, chi è stato artefice dell'euro, tralasciando forse di citare qualcuno per decenza.
Mettete anche a dura prova lo spirito forte ed operoso dei tanti lavoratori, artigiani ed imprenditori dei distretti industriali; ad esempio, di quei distretti della Toscana, dove la capacità di lavoro, la fiducia, la costanza hanno costituito un fatto importante legato alla socialità; se mi si consente una battuta: in questi distretti dove tutti sul lavoro si dimostrano più produttivi dei giapponesi e, sul piano politico, si dimostrano tutti comunisti perché hanno a cuore la coesione sociale! Questa è una realtà che ha dato grande ricchezza al paese e voi cercate di metterla in crisi; non ce la farete, perché ci siamo noi che abbiamo fiducia in queste persone, in queste imprese! Già, i distretti industriali! Nel provvedimento è contenuta qualche norma al riguardo, priva della copertura necessaria nonché della bussola di orientamento necessaria per fornire una sponda ad una riorganizzazione della struttura produttiva.
Ad esempio, il premio di concentrazione che avete inserito nel decreto in esame, così com'è organizzato - spero di sbagliarmi, perché non tifo per il “tanto peggio, tanto meglio” -, non servirà a nulla, perché evidentemente non vi è una effettiva conoscenza di come sono organizzate le imprese e di cosa avrebbero bisogno quelle che intendono accorparsi e concentrarsi.
Abbiamo presentato un provvedimento che tratta anche questo aspetto, ma sullo stesso non è stato mai possibile confrontarsi. D'altra parte, il viceministro Vegas, anche oggi, in Commissione, ha affermato che questi sono aspetti importanti che, tuttavia, non possono essere discussi in sede di esame del decreto sulla competitività. Le cose importanti che nascono in Parlamento, chissà come mai, non possono mai essere discusse per questo Governo!
Se non forniamo alle imprese che si sono organizzate in rete nel decentramento produttivo la possibilità di concentrare una serie di funzioni, non si va da nessuna parte. Non si può certo pensare che il premio di concentrazione serva per accorpare quattro o cinque aziende artigiane che, magari, non hanno in comune neanche la missione produttiva! Ciò vuol dire non comprendere che è necessaria una politica di concentrazione delle imprese particolarmente opportuna perché si deve rafforzare una certa missione produttiva e una certa visione strategica di quell'impresa, sempre in una visione di internazionalizzazione.
Inoltre, possiamo trattare il tema della ricerca e dell'innovazione. In proposito, mi viene da allargare le braccia perché l'innovazione - prima ancora della ricerca, che ovviamente comporta processi più lunghi - è la chiave di volta su cui dovremmo intervenire per farne la priorità assoluta.
L'Italia ha una base produttiva importante con grandi capacità di saper fare e grosse doti di “combattimento” (lasciatemi passare questo termine) sui mercati. Decine di migliaia di imprenditori e di tecnici in questo momento sono in giro per il mondo a combattere per i propri prodotti, per i propri ordini, per le proprie imprese, per il proprio lavoro.
Allora, per favorire i processi di innovazione c'è bisogno di diffondere nei distretti industriali i nuovi saperi. Quindi, non basta più l'innovazione fondata sulla meccanica leggera - che pure avrà ancora un ruolo - ma bisogna saper incrociare il nostro “saper fare” con le biotecnologie, le nanotecnologie e le tecnologie dell'informazione. Occorre dare la possibilità al nostro “saper fare” di coniugarsi con i nuovi saperi per rivestire di novità i prodotti tradizionali. Se riusciremo in questo, vedrete che vi sarà anche la diversificazione produttiva in situazioni e prodotti più avanzati ed a maggiore valore aggiunto.
Ma chi può permettere tutto questo se non la politica? Chi altri dall'istituzione pubblica può favorire la diffusione dei nuovi saperi? Questo è il punto maggiormente delicato. Indubbiamente è più facile affermare che i cinesi sono “ladroni” o che competono con armi illegali, magari tralasciando il fatto che spesso il dumping è commesso dalla grande distribuzione commerciale o da qualche nostro furbo che punta ad interessi differenti da quelli generali del paese.
Riguardo all'IRAP (ovvero il mostro, il moloch, come descritto da alcuni), ritengo che le misure previste siano una barzelletta. In proposito, non so se la Confindustria sia d'accordo; tuttavia, sono problemi del suo presidente Montezemolo. Infatti, probabilmente nel 2005 non sarà possibile fare nulla, perché ovviamente deve arrivare l'autorizzazione da parte della Commissione europea affinché si attivi la riduzione di base imponibile per i nuovi assunti.
Inoltre, la norma è stata peggiorata anche rispetto alla legge finanziaria - di per sé già discutibile - perché l'aumento degli occupati del 2005 sarà fatto valere sul 2004, quello del 2006 sul 2005 e così via fino al 2008. Pertanto, si tratta di uno strumento non molto appetibile, che a regime darà un contributo inferiore a quello del credito di imposta per l'occupazione introdotto dai tanto famigerati governi dell'Ulivo. Invece, avete bloccato quel meccanismo, contribuendo a deprimere l'occupazione certa e qualificata nel Mezzogiorno, ma anche nel resto del paese.
Un posto di lavoro precario è preferibile al nulla; tuttavia, l'obiettivo della politica è anche quello di costruire posti di lavoro qualificati, coniugando qualità e lavoro. Infatti, senza la qualità non si raggiunge la competitività. Tuttavia, tale atteggiamento è comprensibile per chi ha voluto fare della propria politica lo strumento per la mortificazione dei diritti dei lavoratori (l'articolo 18 insegna) pensando che la competizione si vinca al ribasso, comprimendo i costi e, soprattutto, i diritti di chi lavora. Invece, non si comprende che dove non esiste coesione, né convinzione, né consenso le imprese ed i loro lavoratori non possono vincere la guerra della competizione, a meno di voler regredire ad un livello di civiltà e di stato sociale tali da non voler fortunatamente essere perseguiti da nessuno, né in Italia né in Europa.
Vi è troppa discrezionalità nelle misure previste. È emerso recentemente, in Commissione, il fatto che gli incentivi per gli interventi energetici sono concessi senza ascoltare le regioni e senza attendere il piano energetico nazionale. Analoghe considerazioni potrebbero essere svolte su una serie di altre questioni, che sono briciole a livello finanziario ma in ordine alle quali sono previste decisioni addirittura con DPCM. Si reintroduce una forma surrettizia di crisi territoriale, tuttavia non vincolata a precise norme di riferimento trasparenti, in virtù delle quali tutti coloro che si trovano in determinate condizioni possono accedere alle misure: si decide con DPCM quali siano i territori meritevoli, come nel caso della cassa integrazione straordinaria e degli ammortizzatori sociali.
Credo che occorra smetterla con le deroghe, in quanto le deroghe introducono ulteriori distinzioni e disparità di diritti nel nostro paese, e nel lavoro già ve ne sono troppe. Ci troviamo di fronte a una situazione sociale che può peggiorare, e dunque tutti i lavoratori e le lavoratrici di tutte le aziende, anche al di sotto dei 16 dipendenti, hanno diritto allo stesso trattamento. Non è possibile basare tali interventi sulla discrezionalità del Governo. Sostengo ciò anche contro il mio interesse: nella realtà dalla quale provengo gli accordi e la concertazione sono talmente avanzati che siamo in grado di accedere a questi strumenti. Ma tutto il paese non è come la Toscana, la mia città e il mio distretto industriale, e non è giusto che vi siano realtà che debbono dipendere da un favore del politico di turno: non è accettabile, non è giusto, non è questo il messaggio da dare al paese.
D'altra parte, occorre ragionare in termini di competitività, al di là di alcuni interventi per quanto riguarda ad esempio il settore automobilistico, relativi al passaggio di proprietà. Perché non si interviene sulle assicurazioni automobilistiche e sui costi bancari? Ancora oggi le associazioni dei consumatori mi hanno riferito che negli ultimi quattro anni le assicurazioni automobilistiche sono cresciute del 30 per cento e i costi bancari del 65 per cento. Spero che il sistema bancario italiano venga penetrato da altri istituti bancari, perché così non si può andare avanti. Il costo del sistema bancario italiano non può essere pagato dalle famiglie, dai pensionati, dalle imprese dei distretti industriali, soprattutto da quelle più piccole, e dal mondo dell'artigianato. Ciò non è accettabile, e il Presidente del Consiglio, quando afferma di non poter controllare i prezzi, cerchi di comprendere come invece può orientare la politica economica del suo Governo. Per intervenire su tali grandi questioni, come sull'energia, non si fa nulla: è questo l'elemento più sconvolgente.
Ritengo che, anziché ricercare il rilancio della competitività del paese, si sia alla ricerca affannosa di strumenti per rilanciare la competitività elettorale della destra, pensando che misure discrezionali e qualche parola qua e là possano essere utili allo scopo. Non è così, le italiane e gli italiani hanno capito, e c'è dunque bisogno di rimettere al centro la realtà concreta. La situazione è difficile, e con il provvedimento in esame avete sottratto ulteriori risorse all'economia. Credo tuttavia che la capacità di fondo di questo paese, che nelle situazioni difficili è sempre riuscito a ritrovare la strada, verrà ancora una volta dimostrata.
Auspico che nella prossima legislatura vi siano le condizioni per raggiungere tale risultato, dal momento che non è possibile farlo in questa legislatura, perché l'Italia non ha tempo da perdere. Siamo un grande paese, possiamo farcela, ma abbiamo bisogno di misure serie e concrete, abbiamo bisogno di dire la verità e allo stesso tempo di spenderci, di indicare una direzione e di esaltare le nostre capacità imprenditoriali, lavorative e, se mi è consentito, anche di speranza per le giovani generazioni (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).