Apriamo qui l’Università di Pechino
«Il mattone degli imprenditori? Se serve all’industria e ai progetti comuni»
da Il Tirreno di Prato del 16 Aprile 2005
PRATO. La cultura e il sapere sono le chiavi di volta su cui costruire il futuro di Prato. L’onorevole Andrea Lulli ne è convinto e vorrebbe aggiungere un pezzo a questo scenario. L’idea è quella di portare a Prato l’Università di Pechino. Ne ha parlato con il console cinese Li Runfu e ha avuto come risposta attenzione e disponibilità. Intanto Lulli dice la sua sulle difficoltà che Prato e il distretto stanno vivendo. «La situazione è grave - dice - Negli ultimi 15-20 anni il sistema produttivo manifatturiero ha pagato i debiti dell’Italia, con l’attivo della bilancia dei pagamenti. La crisi di questi settori indebolisce la forza economica del Paese».
La Lega ha fatto campagna elettorale sui dazi. «I dazi sono un’idiozia. Un’economia che esporta, se fa una guerra di dazi potrà avere nell’immediato una piccola boccata d’ossigeno, ma poi si rivelerà un harahiri».
All’Europa cosa chiedete? «L’Ue non può essere timida, e nemmeno succube della grande distribuzione. E anche qualche grande marchio nostrano della grande distribuzione non dovrebbe restare indifferente».
Pessimista per il distretto? «No. A patto si capisca che bisogna predisporsi a un cambiamento radicale. Le risorse intellettuali e non solo economiche Prato le possiede. Ho incontrato decine di imprenditori tra i 30 e 40 anni che hanno voglia di scommettere sul mercato. Compito della politica è offrire una sponda a questa voglia di organizzarsi. Non mi preoccupa che si internazionalizzi la produzione. L’importante è mantenere le radici sul territorio».
Quali scelte deve fare la politica? «Una è da fare subito: spostare il peso fiscale dal lavoro alla rendita finanziaria».
E in ambito locale? «Va affrontato il nodo delle infrastrutture, in particolare della mobilità tra Prato e Firenze. Il futuro del distretto implica un rapporto più stretto con Firenze; l’area metropolitana diventa decisiva nello sviluppo. Firenze e Prato sono due eccellenze nel mondo. Bisogna metterle in connessione. Non dimentichiamo i possibili investimenti che quest’area può attrarre, ora che la Cina avrà risorse immense da investire».
La questione economica a Prato si intreccia con le politiche urbanistiche. «Una delle caratteristiche del capitalismo pratese è quello di avere una forte patrimonializzazione edilizia. Da una parte va sconfitta la tentazione di uscire dalla crisi col mattone, perché si renderebbe peggiore la vivibilità della città. Dall’altra bisogna consentire di valorizzare questo patrimonio a patto che ci sia un investimento produttivo o su progetti utili alla città. Se si blocca tutto, chi non può più rischiare il proprio patrimonio, taglia, chiude. Non si tratta di salvare il capitalismo, ma di salvaguardare decine di migliaia di posti di lavoro. Ecco perché bisogna ancorare la valorizzazione dei patrimoni a progetti industriali e a progetti di interesse generale».
Come l’ex Banci. «Non è l’unico esempio. In questo senso anche il grattacielo a Prato potrebbe essere il simbolo della modernità, di Prato e Firenze che guardano avanti. In fondo quest’area è una piccola metropoli. Sono convinto che Prato può contribuire al programma di Prodi. Noi siamo una miniera di esperienze e idee per la sua fabbrica».
Vede alternative al tessile? «Le vie d’uscita non si inventano a tavolino. Bisogna far circolare la conoscenza, ecco la via. Prendiamo l’esempio della Luminex: non so se avrà successo, ma ci indica una strada. Mettere in connessione il nostro saper fare con i nuovi settori. La vera diversificazione viene dal sapere. Non serve invitare una multinazionale che magari depreda il territorio e va via quando non le serve più».
La presenza della comunità cinese può offrire qualche opportunità nuova? «Ho avuto dei contatti con il console cinese per portare a Prato una presenza significativa dell’Università di Pechino, come si è fatto con la Monash».
Una sede a Prato? «Sì, sarebbe l’unica in Italia. Penso a una facoltà scientifica che possa trasferire qui anche il know how di quel paese. Sarebbe importante avere un canale importante di relazioni».
Che risposte ha avuto? «Non c’è stato diniego, c’è interesse e anche la Regione si sta muovendo. Certo, la strada è lunga, le istituzioni statali cinesi si muovono con cautela. La Toscana è appetibile, Firenze è già piena di università straniere. Perché non Prato?».
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