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IL MADE IN ITALY HA UN NOME DA DIFENDERE. CON UNA LEGGE
L'On. Andrea Lulli interviene dalle colonne di Italia Oggi in difesa del Made in Italy: "Se l'Italia - scrive - non fa sentire la propria voce temo che all'orizzonte non si profili una bella stagione".
da "Italia Oggi" Sabato 22 gennaio 2005
L’industria manifatturiera che produce beni per la persona e la casa (made in Italy) rappresenta per l’Italia una parte rilevante dell’apparato produttivo: essa è concentrata in particolare nei distretti industriali ed è l’asse portante delle esportazioni delle aziende italiane.
Nonostante una relativa perdita di posizioni sui mercati internazionali, durante gli ultimi due o tre anni, le produzioni del made in Italy confermano il loro contributo decisivo alla bilancia commerciale italiana, pagando ampiamente la bolletta energetica del nostro paese. Questa struttura produttiva, che rappresenta un formidabile elemento di coesione sociale in tanti territori del nostro paese, sta oggi vivendo una delicata e inedita fase di crisi dovuta alla rapida evoluzione degli scenari internazionali.
Una evoluzione determinata dalla persistente debolezza del dollaro (e la conseguente rivalutazione dell’euro) e dall’ingresso poderoso nel mercato mondiale di paesi come la Cina e l’India che con la produzione quantitativa e qualitativa della loro industria manifatturiera segnala un evento di portata storica. Si impone quindi la necessità di politiche industriali e commerciali da parte dell’Europa che siano all’altezza di questa inedita sfida competitiva e che abbiano a cuore il perdurare di una forte presenza dell’industria manifatturiera nei propri territori.
Per noi italiani si pone il problema di difendere e valorizzare le nostre produzioni made in Italy. Ciò vuol dire, anche, difendere le filiere produttive, che ci hanno consentito di realizzare notevoli vantaggi competitivi sui mercati grazie alla maestria con i quali si sono utilizzate e coniugate innovazioni tecnologiche e creatività. In questo scenario dobbiamo compiere ogni sforzo a livello di Unione europea per ottenere l’etichettatura d’origine delle merci per fasi di lavorazione (rintracciabilità) e allo stesso tempo scongiurare l’indistinto marchio made in Europe, che rappresenterebbe un colpo duro per tutti i prodotti italiani.
Le varie indagini di mercato svolte sul piano internazionale rivelano che i prodotti che si possono avvalere del marchio made in Italy realizzano un considerevole vantaggio competitivo nelle fasce medio-alte di consumo. Questo è un valore aggiunto anche per un’ipotetica bilancia commerciale europea e la commissione di Bruxelles dovrebbe valutarlo con attenzione.
Naturalmente la normativa europea sul made in non pare adeguata, perché è sufficiente l’ultima lavorazione sostanziale per l’utilizzo del marchio. Ora il parlamento italiano sta discutendo la possibilità di legiferare in materia, per tentare di fornire possibili strumenti di aiuto per il nostro sistema di piccole e medie imprese del made in Italy.
Si tratta naturalmente di prevedere la introduzione volontaria di marchi collettivi di prodotto, in modo da non contravvenire alla potestà normativa europea e allo stesso tempo fornire una opportunità a quelle imprese che vorranno avvalersene e allo stesso tempo far sentire alta e robusta la voce del parlamento italiano, a fianco del governo, in Europa.
Nel disegno di legge in esame alla X commissione (attività produttive) della camera dei deputati si propone di istituire il marchio Integralmente italiano (full made in Italy) per i prodotti di nicchia, che, a parte le materie prime e alcuni semilavorati grezzi, sono prodotti integralmente sul territorio nazionale. Il testo stabilisce anche la necessità di istituire il marchio Stile italiano per fornire a chi internazionalizza il processo produttivo, mantenendone però le fasi strategiche in Italia, un’opportunità ulteriore e per inibire il sempre più frequente uso di riferimenti italiani a produzioni realizzate altrove che danneggiano le produzioni nazionali.
Questo è un problema che non può esaurirsi in una, pur doverosa e rafforzata, lotta alla contraffazione. È indispensabile, dunque, una più puntuale, anche se leggera, regolamentazione dei marchi e delle indicazioni di provenienza. Il disegno di legge si propone anche l’obiettivo di promuovere l’etichettatura di origine delle merci (rintracciabilità) per le varie fasi di lavorazione, in modo da fornire informazioni trasparenti agli utilizzatori finali dei prodotti. E stabilisce che la denominazione made in Italy, nell’accezione europea, rimane in essere.
Da più parti si è obiettato che tale approccio potrebbe recare confusione e quindi danneggiare le nostre produzioni. Questa non è l’intenzione del parlamento. Abbiamo ben presente che la questione è nella disponibilità dell’Unione europea, ma se l’Italia, come sistema paese, non fa sentire la propria voce in modo robusto, anche con iniziative legislative ardite temo che all’orizzonte non si profili una bella stagione.
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