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Interpellanza sulla commemorazione di Don Puglisi
A 10 anni dalla morte di Don Puglisi la parola mafia crea imbarazzo e le Poste la cancellano dal francobollo commemorativo. I DS denunciano il fatto, le Poste rispondono: "non l'abbiamo scritta neanche per Falcone e Borsellino...". Il Governo, che convive con la mafia, minimizza.
Interpellanza urgente n° 2-00880 presentata lunedì 15 settembre 2003 Commemorazioni e celebrazioni, ecclesiastici e ministri del culto, mafia e camorra
I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro delle comunicazioni.
Per sapere:
in base a quali motivi sia stata cancellata la parola «mafia» dall'annullo speciale dedicato al decennale dell'assassinio mafioso di Don Puglisi;
se non ritenga necessario impartire immediate disposizioni perché la parola «mafia» ricompaia nell'annullo;
come il Presidente del Consiglio dei Ministri intenda rassicurare gli italiani, già colpiti da alcune sue recenti e sconsiderate esternazioni e dalle reiterate dichiarazioni di altro Ministro dello stesso governo sulla necessità di convivere con la mafia, circa i programmi e le iniziative antimafia del governo.
Resoconto della discussione svolta in Aula il 18 settembre 2003
Giuseppe Lumia, (gruppo DS-l'Ulivo). Signor Presidente, padre Pino Puglisi è stato ucciso dalla mafia il 15 settembre del 1993 durante il biennio delle stragi, periodo che ha insanguinato il nostro paese e ha messo a dura prova le fondamenta della nostra democrazia. Padre Puglisi deve rimanere ben ancorato nella coscienza di noi tutti, non in modo astratto e retorico, ma con tutta la carica educativa e profetica che la sua vita ha saputo esprimere e con tutta la responsabilità che come classe dirigente dobbiamo ancora esercitare nella lotta a Cosa nostra e alle altre mafie.
Quest'anno ricorre il decennale della sua scomparsa. A Palermo, nel quartiere di Brancaccio, si sono organizzate diverse iniziative per ricordare la vita di don Pino e ribadire un «no» chiaro e progettuale contro la mafia. In tutta l'Italia ed in diverse parti del mondo si sono svolte altre iniziative interessanti e significative. Padre Puglisi inizia a diventare memoria viva e attiva del cammino di numerosi giovani, uomini e donne, credenti e non credenti. Il centro «Padre Nostro» è stato fondato da padre Puglisi ed è stata una delle migliori risposte alla necessità di far crescere la cultura della legalità tra i cittadini per combattere la cultura dei piccoli e grandi privilegi, del degrado esistenziale e sociale, dell'assenza dei diritti più elementari in un quartiere periferico di Palermo dove coesistono una tra le più potenti e pericolose cosche di mafia e tanta gente onesta, per bene e ricca di sani valori.
Padre Puglisi ha capito che con la mafia non si può convivere ed ha organizzato la speranza, presente tra la sua gente del quartiere Brancaccio, anche attraverso il centro Padre Nostro, seminando nel territorio un amore liberante ed una giustizia costruttiva, in alternativa al dominio umiliante e degradante della mafia. Il centro Padre Nostro è ancora attivo ed è stato coordinatore, insieme, ad esempio, al centro intercondominiale, alla parrocchia del quartiere di Brancaccio, alla chiesa locale di Palermo ed a tante altre organizzazioni di volontariato, delle iniziative che si sono preparate e poi realizzate nel corso del decennale.
Il centro Padre Nostro ha avuto l'intelligente idea di proporre alle Poste italiane un francobollo con un annullo speciale. La proposta è stata accolta ed il centro ha inviato alle Poste italiane la bozza con la seguente didascalia: «il 15 settembre del 1993 viene ucciso dalla mafia padre Pino Puglisi. Nel decimo anniversario il centro Padre Nostro lo ricorda». La parola mafia da alcuni dirigenti delle Poste italiane non viene accolta. Ahimè, ci risiamo! Ancora una volta la parola mafia crea imbarazzo. Ancora una volta, nel nostro paese, fa problema ad alcuni settori importanti.
Naturalmente, la scelta viene criticata, ma le Poste italiane vanno avanti. Nessun esponente di Governo interviene a sostegno della proposta del centro Padre Nostro e così si consuma l'ennesima beffa ai danni di quella parte della Sicilia sana, forte, impegnata e costruttiva che don Pino voleva diffondere, far crescere, anche nel suo territorio parrocchiale di Brancaccio.
Il gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo con un'interpellanza, che reca la prima firma dell'onorevole Fassino, ha voluto sollevare questo grave problema perché non ritiene che possa essere sottaciuta questa scelta sbagliata da parte di alcuni dirigenti delle Poste italiane.
La memoria di padre Puglisi non è una memoria generica, ma ha bisogno di essere comunicata e diffusa capillarmente in tutto il suo significato. Le Poste italiane potevano dare un contributo estremamente positivo e qualificante. Si è persa un'occasione preziosa e, ancora una volta, di fatto si è danneggiata la pur difficile e complessa lotta alle mafie.
Vorrei ricordare al Governo alcune semplici constatazioni: padre Puglisi è stato ucciso dalla mafia (lo dimostrano indagini, processi e condanne). È banale sottolinearlo, ma vorrei ribadire a tutti che dobbiamo fare i conti con questa realtà ed evitare di parlare di padre Puglisi come se fosse morto naturalmente, per cause diverse dall'omicidio mafioso.
Padre Puglisi svolgeva un'attività pastorale, spirituale, educativa e sociale in un certo senso anche antimafia. Bisogna sottolineare questo aspetto perché occorre mettere da parte, anzi avanzare delle severe critiche nei confronti di quelle letture interessate che vorrebbero allontanare il significato della morte di don Pino dalla possibilità di far crescere in molti cittadini la cultura e la pratica antimafia. C'è chi tende, infatti, con molti esercizi retorici ed edulcorati, a negare che padre Puglisi svolgesse una consapevole ed esplicita azione antimafia. La scelta stessa di Cosa nostra di colpire padre Puglisi naturalmente smentisce questa lettura.
La potente mafia di quel quartiere guidata dai boss Graviano avverte nella presenza in parrocchia e nel quartiere di padre Puglisi un tale pericolo antimafia da decidere l'eliminazione di un sacerdote, che non è una scelta da poco per il tipo di presenza che la mafia esercita sul territorio e che difficilmente porta i boss a colpire un rappresentante della Chiesa.
La stessa volontà di procedere da parte della Chiesa al riconoscimento del martirio di padre Puglisi non deve sollevare eccessive perplessità. Certo, può essere un modo per allontanarlo dai significati più sociali e culturali della sua attività, soprattutto di quella attività svolta a Brancaccio, quartiere periferico di Palermo, dove poi trovò la morte. Può anche essere però l'occasione positiva per rinnovare l'impegno per la giustizia della Chiesa nei tanti contesti territoriali, carichi di ingiustizia. In sostanza, il riconoscimento del martirio di padre Puglisi può rappresentare l'idea che i percorsi della santità si arricchiscono di un esempio inedito, quello di un cristiano e di un sacerdote che trova nel martirio la grande forza della lotta alla mafia.
Occorre incoraggiare questo tipo di lettura del percorso di beatificazione di padre Puglisi perché ci aiuta ad inserire la mafia tra le forme di peccato strutturali e l'azione antimafia fra i doveri che anche una comunità cristiana deve poter assolvere. L'esempio di padre Puglisi vale anche oggi per i cittadini e per la stessa politica.
Anche qui non dobbiamo dare questo aspetto per scontato. In effetti, corriamo seri ed evidenti rischi che la lotta alla mafia sia messa in cantina, per lasciare spazio ad una sorta di connivenza dove sia chi deve promuovere le opere pubbliche nelle istituzioni sia chi deve tenere aperto un negozio, piccolo o grande, accetta di coabitare con la mafia, senza più combatterla a viso aperto, non percependola più come una presenza ingiusta e disumana. Ecco perché non ci possiamo permettere il lusso di fare passi indietro; anzi, è necessario farne alcuni in avanti in modo più progettuale rispetto al passato.
In questa direzione padre Puglisi ci aiuta a cogliere la dimensione integrata della lotta alla mafia. Accanto alla via repressiva, che non deve essere assolutamente svalutata con gli attacchi alla migliore legislazione antimafia e l'autonomia della magistratura, bisogna arricchire la lotta di altre strade: quella economica, con la lotta al riciclaggio, al racket all'usura, con la confisca dei beni e con quella politica che in definitiva deve essere in grado di svelare il rapporto fra mafia e istituzioni, con le iniziative sociali, in grado di promuovere una nuova cultura della cittadinanza nei quartieri e nelle scuole. Oggi l'esempio di padre Puglisi va ripreso per essere motivato nuovamente e rinnovato nei sui significati più profondi e meno accomodanti. Bisogna riprendere il filo del cammino nel nostro territorio e nei vari territori dove le mafie si sono riorganizzate per riconquistare l'egemonia di sempre.
Va nello stesso tempo prestata la massima attenzione alle strategie mafiose che si proiettano sul piano nazionale ed internazionale, nei cosiddetti spazi aperti della globalizzazione ingiusta. Ci sono, insomma, motivi seri per fare di padre Puglisi una memoria pericolosa, viva, che continua ad interrogarci ed a suscitare una chiamata alla lotta alla mafia con maggiore continuità ed una ampia progettualità. Ecco perché la scelta di negare la parola mafia è stato non un semplice e stupido errore estetico, come hanno cercato di giustificare i diversi dirigenti delle Poste italiane, ma un errore grave. Sarebbe ancora più grave da parte del Governo tentare di coprirlo.
Giancarlo Innocenzi, Sottosegretario di Stato per le comunicazioni. Signor Presidente, onorevoli colleghi, in relazione all'atto parlamentare in esame, nel premettere che si risponde per incarico della Presidenza del Consiglio dei ministri, si significa che al Ministero delle comunicazioni compete la sola emissione delle carte e dei valori postali, laddove la vigente disciplina attribuisce la distribuzione e la commercializzazione delle stesse alla società Poste italiane.
Ciò premesso, si fa presente che nello scorso mese di agosto è pervenuta alla competente divisione filatelia della medesima società Poste la richiesta di un annullo speciale in occasione del decimo anniversario della morte del sacerdote Pino Puglisi, avanzata dal centro di accoglienza «Padre Nostro».
Secondo quanto fatto presente dalla società Poste, la politica tradizionalmente adottata dalla stessa società è sempre stata orientata alla valorizzazione delle figure che hanno sacrificato la loro vita per il bene della collettività, senza però evidenziare la matrice o le ragioni dell'uccisione. Stando a quanto riferito da Poste, peraltro, le emissioni filateliche e gli annulli postali recano a ciò che è l'oggetto dell'iniziativa un omaggio che vuole richiamarne l'importanza alla coscienza della popolazione, in armonia con le intenzioni degli eventuali proponenti e senza la necessità di specificare motivazioni che nulla aggiungerebbero alla rilevata notorietà dell'argomento.
Nel caso specifico di don Puglisi, sulla base dei suggerimenti dei proponenti ed entro ineliminabili vincoli tecnici, l'annullo ha inteso evidenziare il coraggio del parroco palermitano fino al sacrificio della vita, adottando una formula incentrata sul termine «martirio» che richiama chiaramente e con immediatezza la gravità della crudele violenza subita in un contesto a tutti noto, peraltro assentita dal centro Padre Nostro.
Anche nel passato, del resto - ha tenuto a sottolineare la società Poste -, la linea seguita è stata quella di non riportare le matrici degli eventi luttuosi, ma solo di ricordare i nomi dei personaggi commemorati e, a tale proposito, ha segnalato gli esempi degli annulli dedicati ai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e al politico Aldo Moro, per i quali non è stato fatto alcun riferimento alle parole «mafia» o «brigate rosse» come mandanti degli omicidi.
Gli annulli, al pari delle emissioni filateliche, per il fatto stesso di essere messi in circolazione, implicano la condivisione dei valori di cui i personaggi evocati sono stati portatori, ma non va dimenticato il forte impatto di comunicazione che tali strumenti commemorativi comportano. Il criterio adottato pertanto è quello di proporre e rendere omaggio alla memoria di personaggi considerati positivi, di cui viene esaltato il coraggio, la rettitudine e il sacrificio, in aderenza alle intenzioni dei proponenti e senza la necessità di ulteriori specificazioni.
Da quanto comunicato dalla società Poste sembra peraltro che anche altri paesi seguano questa impostazione. Non risultano infatti emissioni da parte della Spagna, dell'Irlanda o degli Stati Uniti che facciano riferimento a matrici legate all'ETA, all'IRA o ad altre organizzazioni di stampo terroristico o criminale.
Quanto alla questione riguardante l'impegno governativo in merito al contrasto delle attività delle organizzazioni criminali, si ritiene opportuno anzitutto ribadire le analisi e i contenuti dell'ultimo rapporto annuale sulla criminalità organizzata riferito all'anno 2002 e presentato al Parlamento ai sensi dell'articolo 5 della legge n. 410 del 1991 - peraltro consultabile anche sul sito Internet della Polizia di Stato - nel quale sono riportati i risultati conseguiti nell'anno 2002.
In particolare, per quanto riguarda le iniziative e le azioni di prevenzione e di contrasto poste in essere, si evidenzia da un punto di vista generale che la necessità di combattere la mafia e le multiformi espressioni della criminalità organizzata esistente nel nostro paese - peraltro in costante trasformazione - ha imposto la predisposizione di un'articolata strategia volta a valorizzare adeguatamente l'opera di analisi dei profili evolutivi delle forme delinquenziali e ad assicurare il corretto svolgimento dell'ordinaria attività di lotta al crimine con la promozione di specifiche e idonee azioni a carattere straordinario. L'attuazione congiunta di queste due direttrici ha portato alla definizione di moduli di intervento nei quali il momento preventivo e informativo interagiscono con quello più propriamente investigativo, facendoli assurgere da circoscritte applicazioni per neutralizzare incipienti forme di aggressione criminale a sistema generalizzato di contrasto.
Coerentemente con le priorità politiche ed i conseguenti obiettivi strategici fissati da ultimo dalla direttiva del ministro dell'interno per l'anno 2003, sono state pertanto avviate, e proseguiranno nel tempo, molteplici iniziative per ostacolare le organizzazioni criminali e i relativi traffici illeciti, legando l'obiettivo comune di accrescere la sicurezza attraverso un più incisivo controllo del territorio con la predisposizione di aggiornate misure operative a seguito di valutazione degli assetti malavitosi e delle linee emergenti dalle inchieste giudiziarie e dalle attività investigative ancora in corso. Gli interventi effettuati hanno riguardato anche un potenziamento dei sistemi di tutela e di legalità, riferiti alle condizioni di competitività economica sulle quali la criminalità incide come fattore di distorsione.
Sotto il profilo delle connessioni tra criminalità e crescita economica, si reputa opportuno sottolineare, inoltre, l'importanza del programma operativo nazionale sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno d'Italia che, con il cofinanziamento comunitario, sta consentendo la realizzazione di significativi interventi di sicurezza in aree predeterminate delle regioni del sud. Si fa presente, infine, che un quadro aggiornato delle attività svolte e dei risultati ottenuti in tema di criminalità e sicurezza è contenuto nel primo rapporto annuale sullo stato della sicurezza in Italia, pubblicato il 15 agosto ed inserito sul sito Internet www.interno.it.
Giuseppe Lumia, (gruppo DS-l'Ulivo) Signor Presidente, dopo avere ascoltato le ragioni del sottosegretario, mi dichiaro insoddisfatto. Infatti, abbiamo ascoltato, ancora una volta, le ragioni avanzate dalle Poste italiane. Gli argomenti che sono stati presentati in questa sede già li conoscevamo; sono stati espressi durante la fase polemica, dopo aver appreso tutti di questa scelta sbagliata. Oggi, invece, credevamo di ottenere dal Governo una sua valutazione. Naturalmente, il Governo direttamente non esprime un giudizio, ma indirettamente fa proprie le scelte delle Poste italiane. È un errore. Nell'illustrazione dell'interpellanza, abbiamo argomentato le motivazioni critiche. Mi confermo in questo giudizio. Ribadisco che la vicenda mafia nel nostro paese può essere anche ricordata esplicitamente, rispetto alla vita di una persona straordinaria, come padre Pino Puglisi, all'interno della didascalia che - lo ricordo a tutti - fu proposta dal centro di accoglienza «Padre Nostro» alle Poste italiane e che conteneva appunto il termine mafia. Forse, l'atteggiamento del Governo è coerente con una ormai consolidata realtà istituzionale, ossia quella della minimizzazione della presenza delle mafie nel nostro paese. Naturalmente, questa minimizzazione è contraddetta dalla realtà, da documenti ufficiali delle forze investigative, dai giudizi espressi dalle varie realtà impegnate nel fronte dell'antimafia. Ricordo a tutti l'Associazione Libera. Ricordo il variegato mondo dell'associazionismo antiracket e antiusura. Inoltre, emergono, di volta in volta, indagini, con provvedimenti giudiziari da parte delle varie direzioni distrettuali antimafia e della stessa direzione nazionale antimafia guidata dal dottor Vigna.
Il Governo non combatte questa minimizzazione, anzi, la fa propria, la alimenta e la sviluppa. Ne è testimone il rapporto annuale del 2002 del Ministero dell'interno che lei qui ci ha presentato e che - lo ricordo - è stato criticato da più parti, anche da diversi esponenti della Commissione parlamentare antimafia, di opposizione e di maggioranza. Vi invito a leggere a proposito alcune dichiarazioni dell'attuale presidente della Commissione parlamentare antimafia.
Vi è stata anche una smentita da parte di un altro rapporto che invito il sottosegretario e altri importanti autorevoli membri del Governo a consultare: il rapporto dei servizi. Il recente rapporto del Sisde fa una lettura, con riferimento alla presenza mafiosa (in alcuni passaggi, naturalmente, non in tutti) diversa da quella che ci viene proposta nel rapporto annuale del Ministero dell'interno per il 2002. In sostanza, abbiamo mafie ancora forti.
Fra tutte, appare devastante la presenza della 'ndrangheta, che, con il traffico di cocaina, riesce ad accumulare enormi patrimoni e, poi, con grande e perversa intelligenza, riesce a riciclarli facilmente nei circuiti finanziari locali, nazionali ed internazionali. Ma vi sono ancora la camorra, che pure agisce e colpisce in alcune zone del territorio, assoggettandole al suo controllo, la sacra corona unita e le altre mafie straniere presenti in Italia.
Ma vorrei sottolineare, qui, ancora una volta, la pericolosità di Cosa nostra, che ha saputo superare la stagione delle stragi, durante la quale aveva subito colpi importanti, con gli arresti e le condanne di tanti boss e con il sequestro e la confisca di molti beni. Di Provenzano proprio oggi - ahimé! - si celebrano i 40 anni di latitanza. Povera democrazia quella che ha, al suo interno, ancora un sistema che non riesce ad assicurare alla giustizia un boss di quel livello e che, soprattutto, non riesce a svelare i rapporti collusivi che hanno garantito quarant'anni di latitanza ad un boss di tale portata! Abbiamo una Cosa nostra che controlla gli appalti e che, com'è stato dichiarato da più parti, anche da autorevoli fonti istituzionali, capillarmente controlla il territorio, impone il racket e l'usura.
Il rapporto tra mafia e politica si ripresenta in diverse occasioni ed in modo dirompente, e così anche il rapporto tra mafia ed economia. Ecco perché è necessario avere un atteggiamento diverso, fare scelte legislative differenti da quelle che hanno caratterizzato, finora, l'azione di questo Governo. Abbiamo sottolineato che queste scelte legislative hanno rappresentato, di fatto, un indebolimento dell'azione antimafia o, in diversi casi, anche un vero e diretto regalo alle cosche.
Ora siamo chiamati a compiere un'ulteriore scelta. Vi è la possibilità che i boss chiedano di poter fruire della revisione dei processi. Dobbiamo negarla! Alla Camera, è stato presentato un emendamento alla proposta di legge sulla revisione dei processi che impedisce ai boss condannati con sentenza passata in giudicato di vedersi riconosciuta questa opportunità. Proprio oggi abbiamo potuto apprendere, attraverso un'intervista rilasciata ai giornali dal difensore del boss Provenzano che aspetta fiducioso - così ha dichiarato - che maturino i tempi perché Provenzano possa ritornare libero e vivere tranquillamente la sua esistenza!
In sostanza, vi sono dei segnali, dei messaggi, degli atti di intimidazione che vengono rivolti alla politica, a quella parte della politica che, probabilmente, ha contratto impegni che, oggi, non è in grado di mantenere pienamente - il riferimento è, soprattutto, alla mafia che sta dentro le carceri ed ai boss che sono stati condannati - ed anche a quella parte delle istituzioni che, invece, mantiene, con rigore e con coraggio, un rigoroso impegno antimafia, anche se svalutato e spesso minimizzato.
Ecco perché il Governo deve fare altre scelte: deve abolire, criticare, verificare le scelte legislative sbagliate; deve, in sostanza, mettere da parte le leggi «vergogna»; deve ampliare gli strumenti legislativi per combattere le mafie, per poter anticipare le trasformazioni che le stanno caratterizzando, soprattutto sul versante economico e finanziario, per impedire che le mafie si globalizzino, per evitare che, in molti territori, non possano svilupparsi legalità e sviluppo, come potenzialmente potrebbe avvenire. È necessario, insomma, cambiare passo. E questo lo si può fare se le classi dirigenti danno l'esempio, non frequentando i boss mafiosi. Quando è consapevolmente in grado di riconoscere nel suo interlocutore un boss mafioso, la politica deve rifiutare questo contatto. Anzi, la politica, che si fa con i valori, con i programmi, con la formazione delle classi dirigenti, con scelte programmatiche serie e coerenti, deve essere uno strumento in grado di combattere i boss mafiosi, la loro rete organizzativa ed il loro sistema di collusioni.
Da questo esempio la politica deve trarre anche forza, alimento, progettualità per darsi strategie più integrate in grado di colpire la mafia su più versanti: su quello finanziario ed economico, su quello delle collusioni politiche ed istituzionali, su quello del loro radicamento sociale - nei quartieri, tra i giovani, tra i cittadini che hanno più bisogno -, ma anche sul piano imprenditoriale e dei rapporti internazionali.
Insomma, ci vuole ben altro; non certo negare il mandato di cattura europeo, impedire lo sviluppo e la crescita del sistema Europol e Eurojust, non portare ancora qui in Parlamento il disegno di legge per la ratifica della convenzione dell'ONU, che nel dicembre del 2000 si è svolta qui in Italia e che è stata sottoscritta da 141 paesi, che si sono impegnati a ratificare questa legge proprio prendendo l'esempio stavolta positivo dell'Italia nella lotta alle mafie. Il prossimo 29 settembre, grazie alla ratifica che già 41 paesi hanno fatto, questa convenzione diventerà operativa. L'Italia non sarà tra quei paesi che hanno contribuito a raggiungere questo obiettivo. Ecco perché il nostro giudizio è negativo. E quell'espressione che un vostro ministro ha utilizzato rispetto alle opere pubbliche da fare, quell'invito a convivere con le mafie, tradisce il vero atteggiamento di questo Governo! È un atteggiamento che si è manifestato da parte del Governo esprimendo un giudizio positivo su una scelta, a nostro avviso, sbagliata delle Poste italiane, come quella di non accettare la proposta del centro «Padre Nostro» di contenere nel ricordo di padre Puglisi il termine mafia. Ecco perché questa è una dimensione che ci divide; la politica dovrebbe essere unita, la politica dovrebbe essere compatta, invece questa vostra scelta ci allontana. Ecco perché su questo esprimiamo una nostra valutazione estremamente negativa e faremo valere le ragioni di quella parte dell'Italia che con la mafia non vuole convivere, anzi vuole una più seria e rigorosa lotta alla mafia, perché con essa non possiamo fare i conti se non battendola.
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